
di Piero Maroni
Così declama Giovanni Pascoli nel poemetto “LA PIADA”, e questa similitudine verrà da altri ripresa, alcuni con lo spirito d’osservazione e la tipica saggezza popolare come recita un detto in voga in certe campagne: “L’è cmè e’ caèn ad Zaraben, che baja ma la leuna cardend che sia pida”. (E’ come il cane di Zaraben, che abbaia alla luna credendo che sia piada).
Analoga riproposizione mi fu fatta da un bambino nel corso di una seconda elementare che mi si rivolse chiedendomi:- Lo sai maestro perché di notte i cani abbaiano alla luna? Perché sono affamati e siccome per loro la luna è una piada, se la vorrebbero mangiare!
Anche il poeta santarcangiolese Nino Pedretti (Santarcangelo di Romagna, 13 agosto 1923 – Rimini, 30 maggio 1981) vede nella piada un aspetto della luna:
-
E’ PAÈN DE’ MI PAIÒIS
Te’ mi paiòis i fa ancòura un paèn
stil cmè un òs-cia
ch’l’è pu e’ paèn ch’us magneva Crest.
Il cus s’un piat tònd
ad tèra còta
culòur de’ madòun un po’ sbiavoid
che sòuna te’ tucaèl.
L’è un paèn fat sa pochi ròbi:
aqua, faròina e saèl.
Quant ch’l’è còt e sfoja un bisinin,
un bisinin us breusa,
cumè la faza dla leuna
quant la j à la leusa ad travers.
A pansèi ben
l’è un paèn ch’un sa ‘d gnent
s’un fos che l’à e’ gost
di mi dis san.
-
IL PANE DEL MIO PAESE
Nel mio paese fanno ancora il pane
sottile come un’ostia
che è poi il pane che mangiava Cristo.
Lo cuociono su di un piatto tondo
di terra cotta
colore del mattone un po’ scolorito
che suona nel toccarlo.
E’ un pane fato con poche cose:
acqua, farina e sale.
Quando è cotto si sfoglia un pochino,
un poco si brucia,
come la faccia della luna
quando ha la luce di sbieco.
A pensarci bene
è un pane che non sa di niente
se non fosse che ha il gusto
dei miei dieci anni.
C’è un altro grande poeta e scrittore romagnolo, Marino Moretti (Cesenatico, 18 luglio 1885 – Cesenatico, 6 luglio 1979) fervente ammiratore di Giovanni Pascoli, tanto che di frequente veniva a San Mauro da Cesenatico in bicicletta, bussava alla porta di Casa Pascoli e, alla suora che le schiudeva l'uscio, si annunciava come un “pascolista militante”, in una raccolta intitolata “100 novelle” racconta questa curiosa esperienza compiuta con un giovane studente appunto in casa Pascoli nel 1943.
COME LA LUNA
Proposi subito d’entrare in casa per la cucina, ed era proprio – qui non c’è trucco – la cucina di lui, la cucina dell’inno alla piada. Vedemmo con gioia che sotto la cappa brillava un gran fuoco e – oh meraviglia – la massaia era al tagliere, e stacciava. Il vaglio seguiva la volontà della donna, ma pareva anche corresse, volasse e danzasse come in quella lontana strofa. Il mio amico non osò appressarsi al tagliere e neppure al fuoco, ma si assise in cucina senza chiedere, come per ascoltare da artista questo po’ di musica del “casalingo cembalo” pascoliano perpetuamente frusciante e cantante. Tratto tratto si voltava a guardar la massaia, e sussultò quando s’accorse che quella afferrava un coltello e divideva la pasta in tre parti uguali, a occhio, per tre sfoglie. Entra in funzione il matterello. Ora la donna si appressa al camino e prepara tre pietre, affumicate, sempre le stesse, che dispone a triangolo, nel bel mezzo dell’arola alta, senza scottarsi: e son le pietre che reggono il testo. Ora la donna tiene sulle due palme aperte, così come si tiene una cosa ricca, la prima sfoglia dorata che ricade floscia dalle sue mani in pieghe molli di stoffa morbida e spessa: con abilità sorprendente, d’un colpo, la getta sul testo facendovela ricadere senza una piega, senza una grinza: perfetta.
Allora il mio amico, stupito di così semplice e quasi prodigiosa rappresentazione pascoliana nella dimora stessa del suo poeta, appoggiò un gomito su lo tavolo, socchiuse dolcemente gli occhi, e cantò:
Ma tu, Maria, con le tue mani blande
domi la pasta e poi l’allunghi e spiani,
ed ecco è liscia come un foglio, e grande…
- Come la luna, - interruppi sedendo divertito accanto al mio bello studente universitario.
- Come la luna, - ardì la stessa massaia quasi approvasse da intenditrice la immagine.
- Come la luna…
… e su le aperte mani
tu me l’arrechi, e me l’adagi molle
sul testo caldo, e quindi t’allontani.
La massaia eseguiva. Cioè adagiava la sfoglia, e s’allontanava. Allora intervenivo io alla fiamma con una forchetta, a rigirare con quella la pasta, e l’altro cantava:
Io la giro e le attizzo con le molle
il fuoco sotto, finché stride invasa
dal color mite e si rigonfia in bolle…
Avvertì egli l’odore della piada già cotta e scattò quasi trionfante: “E l’odore del pane empie la casa” mentre la massaia, accorsa, ritirava col coltello la piada dal testo, la portava sul piano della credenza, la posava lì bella, tonda e compatta, ritta contro la parete, dietro una fila di candelieri, perché non rinvenisse. Continuava per suo conto il poeta:
Chi picchia all’uscio? Tu forse, Aasvero,
che ancor cammini per la terra vana…
Ma noi sapevamo che la poesia era finita quando la prima piada era cotta.
N.B. - Aasvero è “l'Ebreo Errante”, un personaggio leggendario la cui esistenza ha dato luogo a tanti miti e interpretazioni.
La leggenda narra che mentre Gesù saliva stremato la strada che portava al Calvario, fu colpito da un pugno in mezzo alla schiena che lo fece cadere e l'esecutore lo esortava a riprendere la fatica e senza troppo lamentarsi. “Ora alzati e cammina!”.
Dopo essersi rialzato Cristo guardò l’uomo negli occhi e con pacatezza gli rispose:
“Io ora cammino, ma tua farai altrettanto finché io non ritornerò!”.
Per punizione quest'uomo errerà fino al giorno del giudizio, percorrendo, senza potersi fermare, tutti i Paesi del mondo. Così iniziò il viaggio senza fine di Aasvero, l’ Ebreo Errante, che da quel giorno cammina senza tregua per le vie di tutto il mondo portando con sé solo la vecchia bisaccia che contiene le poche monete che gli servono per avere un tozzo di pane ed un pasto. L’ uomo è sempre solo, lo si può incontrare lungo i sentieri di campagna, oppure qualche volta lo si può vedere camminare in città o sentirlo bussare alla porta. Solo raramente si ferma a parlare con qualcuno per raccontare la sua storia.
Questa vicenda ha dato adito a tante interpretazioni, ma su tutte è prevalsa quella simbolica che vede nel faticoso e interminabile cammino del personaggio, l'anelito dell'intera umanità ad una pace e ad una giustizia tanto lontane per cui ci si dovrà impegnare senza tregua e sino alla fine di questo mondo. In poche parole si può fare riferimento allo sforzo incessante del genere umano per la ricerca di una felicità che su questa nostra terra assai difficilmente potrà raggiungere, per quanto si cammini, mai si giungerà alla meta.
(Continua)
























Ultimi Commenti